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Il cessate il fuoco a Gaza riporta a casa gli ostaggi, ponendo fine a due anni di guerra. Ma con i leader in disaccordo sul futuro, è pace o solo una pausa?

  • Oct 14, 2025
  • 3 min read
GAZA WAR ENDED
La guerra è finita. Le discussioni sono appena iniziate.

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Per la prima volta in due anni, le telefonate che le famiglie avevano solo sognato stanno finalmente arrivando. A Tel Aviv e Khan Yunis, le lacrime di angoscia si trasformano in lacrime di gioia mentre gli ultimi 20 ostaggi israeliani e quasi 2.000 prigionieri palestinesi tornano a casa. Questo sollievo umano e tangibile è il primo risultato concreto di un cessate il fuoco a Gaza duramente conquistato, un accordo che ha messo a tacere le armi dopo un conflitto brutale che ha causato decine di migliaia di vittime e raso al suolo interi quartieri.


Al centro di tutto c'è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che intraprende un giro d'onore da Gerusalemme a Sharm el-Sheikh. Rivolgendosi a una Knesset israeliana in tripudio, dove i parlamentari indossavano berretti rossi con la scritta "Trump il Presidente della Pace", ha dichiarato che "l'incubo lungo e doloroso è finalmente finito". In seguito, affiancato dai leader arabi in Egitto e insignito della più alta onorificenza della nazione, ha firmato una dichiarazione che cementa la tregua, promettendo che "ora inizia la ricostruzione". Per l'architetto dell'accordo, la guerra è inequivocabilmente vinta e una nuova alba per il Medio Oriente è alle porte.


Eppure, questa narrazione trionfale nasconde una crepa profonda e precaria nelle fondamenta di questa nuova pace. Mentre Trump insiste che la guerra è "finita", il suo partner più stretto nell'accordo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, non ha offerto alcuna dichiarazione simile. Sotto l'immensa pressione dei membri della coalizione di estrema destra che chiedono la continuazione della guerra, Netanyahu è rimasto pubblicamente impegnato solo a "questa pace", una frase scelta con cura che non raggiunge la definitività di Trump. Il disaccordo fondamentale sul fatto che si tratti di una tregua o di una fine definitiva rivela un accordo fragile, forse tenuto insieme più dalla pura forza di volontà di un uomo che da un consenso reciproco.

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